Ascom Parma interviene in merito alla recente introduzione del Decreto “Salva Italia” che, a partire dallo scorso 1 gennaio, ha ulteriormente liberalizzato orari e aperture degli esercizi commerciali
Come più volte espresso, anche pubblicamente, la nostra Associazione intende ribadire la propria sostanziale contrarietà ai contenuti ed alle modalità di applicazione di un provvedimento che, non portando alcun beneficio economico allo Stato, non aveva carattere d’urgenza e poteva essere opportunamente e preventivamente discusso con le rappresentanze delle imprese e dei lavoratori che sono pesantemente coinvolte dalla manovra di liberalizzazione.
Allo stesso modo riteniamo che tale provvedimento, studiato per un’ipotetica spinta alla ripresa dei consumi, non potrà raggiungere il proprio scopo poiché si inserisce in un contesto in cui i consumi si sono già progressivamente indeboliti di pari passo al minor potere d’acquisto dei consumatori, e andrà ad incidere esclusivamente sui costi delle aziende già alle prese con gravi problemi di sopravvivenza.
Di fatto dunque l’attuale liberalizzazione degli orari e delle aperture domenicali sembra venire incontro esclusivamente alle esigenze delle grandi catene distributive, non tanto quelle italiane che già sono radicate sul territorio, quanto piuttosto ai grandi marchi commerciali stranieri che avranno così un motivo in più per insediarsi in modo massiccio anche nel nostro Paese, magari acquistando qualche gruppo nazionale e destabilizzando così il già precario equilibrio commerciale esistente.
In aggiunta a quanto sopra Ascom intende rimarcare il fatto che un simile provvedimento non ha tenuto conto dell’esperienza negativa già vissuta in altri paesi europei: è recente il flop registrato in Germania dove, a pochi mesi dall’attuazione di una generale liberalizzazione, il provvedimento non ha portato alcun beneficio in quanto i consumatori non hanno cambiato né incrementato le proprie abitudini di acquisto.
“Il sempre aperti”, ventiquattro ore al giorno e 365 giorni all’anno si rivela dunque una condizione di fatto né indispensabile né tantomeno utile che rischia soltanto di acutizzare la crisi nei milioni di imprese commerciali italiane: non ne guadagnerà la concorrenza, non ne guadagnerà la qualità del servizio e non ne guadagneranno nemmeno i consumi poiché in una situazione di recessione come quella attuale l’effetto di un’apertura 7 giorni su 7 non sarà l’elemento che potrà aumentare il potere d’acquisto del consumatore, ma più semplicemente ripartirà le attuali possibilità d’acquisto su 7 giorni anziché 6, comportando solamente un ulteriore aggravio sui costi di gestione delle aziende ( che qualcuno dovrà pagare ) e sulla qualità del lavoro e della vita di tutti gli addetti del comparto.
Concludendo, alla luce di quanto sopra descritto, ribadiamo che questo provvedimento rischia di consegnare in mano alla finanza internazionale un’ulteriore grande fetta della ricchezza del nostro Paese e per questo confermiamo la nostra contrarietà.